AssociazioneAmami

ASSOCIAZIONE per i MEDICI
ACCUSATI DI MALPRACTICE INGIUSTAMENTE

Libro Bianco

Sospendo l’attività di chirurgo ortopedico 31-8-12

Le motivazioni che mi hanno indotto a questa decisione sono sostanzialmente da ricondurre a tre problemi: medico-legale, assicurativo ed economico-finanziario regionale.

La malagiustizia blocca anche la buona sanità

            Negli ultimi 20 anni il problema della responsabilità in campo medico per colpe professionali si è andato progressivamente ed inesorabilmente aggravando. Oggi il rischio, almeno per i chirurghi, di dover pagare risarcimenti a seguito di una causa civile o di dover subire procedimenti penali per lesioni o omicidio colposi è molto alto.
            Circa 10 anni fa si lamentava la eccessiva frequenza di cause “temerarie” iniziate senza fondamento (e per questo si creò una Associazione per la tutela dei medici accusati ingiustamente: AMAMI) che poi venivano assolti in una rilevante percentuale.
            Oggi esiste il problema di medici “condannati ingiustamente” con argomentazioni medico-legali o per valutazioni della magistratura, anche di Cassazione, non condivisibili e pericolose per tutti gli operatori sanitari e per la sanità tutta.

            Il meccanismo della responsabilità professionale ha ormai superato il limite di rottura per la sostenibilità del sistema.

            In sintesi oggi viviamo una realtà per cui un paziente insoddisfatto del risultato di una terapia chirurgica (quale che sia la causa) trova sempre qualcuno che lo definisce un insuccesso e questo poi diventa una colpa. Infatti così lo può interpretare un collega della stessa specialità (che male interpreta la competizione professionale), un medico-legale (incompetente e pronto a sostenere qualsiasi tesi secondo la volontà del committente) o anche solo un avvocato (dei tanti oggi famelici ed organizzati). Viene quindi avviata una richiesta di risarcimento per danni patrimoniali, biologici, estetici, morali, ecc.
            Ciò può essere motivato da una condotta professionale ritenuta incompetente o imprudente o negligente e comunque da attribuire a colpa. Ma anche quando questi presupposti manchino perché l’intervento era correttamente indicato, la condotta è stata chirurgicamente ineccepibile e sono state adottate tutte le misure prudenziali di prevenzione, se si verifica l’effetto collaterale, peraltro previsto come possibile, allora sarà imputata la “carenza di consenso” da parte del paziente a quella procedura.
            Infatti la norma e le sentenze anche di Cassazione hanno precisato che il consenso per essere valido deve essere dato in forma scritta dopo che il paziente abbia ricevuto personalmente dall’operatore le necessarie informazioni tese ad ottenere un consenso che deve essere correttamente informato e cioè: specifico per il tipo di intervento, individuale per il singolo paziente, completo per le possibili complicanze ed insuccessi, fornisca informazioni su trattamenti alternativi per tipo o per sede in cui eseguirlo, chiarisca i vantaggi e gli svantaggi presunti del trattamento proposto, sia esposto in modo chiaro e adeguato al livello culturale del paziente ed infine che sia anche capito.
            Essendo ciò di fatto impossibile l’esposizione al rischio di ricadere in un consenso non valido è costante ed inevitabile. Quindi scatta la richiesta di risarcimento in sede civile per danni da lesioni (od omicidio) colposi..

            Quando il medico riceve una richiesta di risarcimento egli la deve notificare alla sua Compagnia di Assicurazione che spesso neanche risponde (sia che il ricorrente abbia fondati motivi, sia che la richiesta sia del tutto pretestuosa).

            Dopo poco il presunto “danneggiante” (chirurgo) viene denunciato dal “danneggiato” in sede penale “per stimolare il civile” e qui si apre una vicenda dagli alti “costi sociali” e non solo. Infatti inizia per il chirurgo l’ onere delle prove: necessità di seguire e di trovare testimonianze, elaborare relazioni, esaminare le valutazioni del GIP (che neppure convoca il chirurgo per conoscere la sua versione), le relazioni del CTU, proporre relazioni di parte, consultare e nominare avvocati. Tutto ciò comporta incontri, visite collegiali, nomine di periti in difesa. Ciò determina sempre, a prescindere dalla fondatezza o meno della denuncia, danno economico, spese in difesa, tempo dedicato, immagine professionale compromessa presso la struttura in cui si opera o in città e senza naturalmente protezione assicurativa.

            C’è poi sempre il rischio che dopo 5-7 anni di calvario si arrivi a sentenze a dir poco discutibili. La lettura di molte recenti vicende medico-legali insegna infatti che le sentenze
(anche di Cassazione civile o penale) sono ispirate a criteri ondivaghi ed imprevedibili per cui ritengo che se si è del tutto innocenti si ha un 50% di probabilità di essere condannati e se
si è colpevoli si ha un 50 % di probabilità di essere assolti o prescritti!

            In sostanza siamo in presenza di un Sistema Giudiziario molto carente nelle leggi che lo regolano, nelle procedure (intollerabilmente lente) e carente talora anche negli uomini che dovrebbero ricercare la verità e la imparzialità: magistrati inquirenti e giudicanti, avvocati, medico-legali, specialisti consulenti dei precedenti.
             Ciò comporta conseguenze che già sono e saranno gravissime con il diffondersi, comprensibile, della medicina difensiva (costosissima per i pazienti e per il SSN) ed astensionistica per cui ci si astiene da operare i casi più a rischio (con enorme danno individuale e dell’ insieme della comunità malata, cioè potenzialmente di tutti noi) ed ora anche “rinunciataria” con abbandono della professione, almeno quella più rischiosa, anche da parte di esperti chirurghi.

            Non c’ è più quindi, in Italia, solo la “fuga di giovani cervelli”, ma anche la “fuga di esperti professionisti” che possono e vogliono dedicarsi ad altro.

            Le conseguenze di ciò mi sembrano evidenti e non meritano commenti, ma semmai indignazione e reazione in chiunque abbia a cuore questo paese.
            In pratica la malagiustizia sta bloccando anche la buona sanità!

Aspetti Assicurativi

            E’ chiaro che oggi, per quanto su esposto, sia in pratica molto consigliabile (anche se non obbligatorio) avere una copertura assicurativa per la responsabilità civile del medico. Ma, essendo a dismisura aumentato il rischio e la entità dei risarcimenti, poche Compagnie si dedicano a tale ramo e quelle che lo fanno aumentano ogni anno i loro premi attraverso la tecnica della disdetta (anche in assenza di pregresse condanne a risarcimento).
            Oggi il premio annuo richiesto ad un chirurgo ortopedico oscilla tra 5 e 10000€ secondo il massimale ed altre clausole.

Aspetti economico-finanziari regionali

            Quest’ anno per la prima volta, all’inizio di agosto 2012 alcune ASL umbre hanno esaurito il loro budget destinato alla attività di chirurgia ortopedica per le Case di Cura umbre accreditate, presso cui lavoro, con il risultato che pazienti ad indicazione chirurgica di quelle ASL potrei operarli a carico del SSN solo da gennaio 2012.

            Non rimane che: a) differenziare i pazienti secondo la ASL di residenza (per es.: se sei di Todi ti posso operare, se sei di Città di Castello ti devo rinviare a gennaio 2013 ecc); b) operare in regime privatistico (a carico del paziente); c) operare tali pazienti in una struttura accreditata fuori regione (ove, per ora, non esiste limite al budget).

            Le mie consolidate scelte professionali, umane ed etiche mi impediscono, oggi come sempre, di praticare alcuna di queste possibili alternative.

            E’ evidente come, a causa in tutto ciò, si sia determinata una rottura dell’ equilibrio rischio-beneficio con la inevitabile conseguenza che questo lavoro sia oggi, qui, per me, non solo rischioso, ma di fatto impraticabile.
            E’ possibile (ma non probabile) che interventi legislativi e normativi nazionali o regionali modificheranno questo stato di cose, ma intanto ho deciso che dal 1 settembre 2012 sospenderò l’attività chirurgica.

            Proseguirò, l’attività di consulente e quella di diagnosi e terapia non chirurgica.



Prof. Paolo Della Torre Via 20 settembre 116, 06124 Perugia

Già Direttore della Clinica Ortopedica e Traumatologica Università di Perugia, sede di Terni.

Oggi, in quiescenza, libero-professionista operante in strutture accreditate con il SSN.



<< indietro